Genitori e Figli Adolescenti

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    Adolescenza e omosessualità

    • Scritto da Elisabetta Zamberlan
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    L'opinione di:
    Gustavo Pietropolli Charmet, psichiatra, psicoterapeuta di formazione psicoanalitica, presidente dell’Istituto di Analisi dei Codici Affettivi Minotauro di Milano

    “Buona parte dei genitori pensa di avere bambini meravigliosi ma teme l’arrivo dell’adolescenza come una tempesta, un uragano che potrebbe potenzialmente trasformarli in piccoli mostri: tossici, delinquenti, magari omosessuali… E i ragazzini preadolescenti dimostrano spesso un forte interesse a discutere di sessualità: vogliono sapere qualcosa sul mondo che sta per aprirsi davanti a loro. È giusto allora dare informazioni su un processo che, pur inconsapevole, in realtà è già in atto: gli adolescenti omosessuali sanno di esserlo da sempre. Finché sono bambini non hanno motivi contingenti per dare importanza a fantasie che vanno in tal senso. Ma poi, più tardi, riandando con i ricordi all’infanzia, non hanno dubbi di aver sempre saputo di essere omosessuali. Semplicemente, prima non c’era bisogno di dirlo, addirittura di saperlo. Attrazione e fantasie erotiche in direzione omosessuale ci sono già nell’infanzia: nell’adolescenza si formalizzano.

    Molti genitori di adolescenti si rivolgono al nostro centro perché i figli hanno cominciato a far trapelare quella che, inizialmente, i ragazzi (e, soprattutto, le ragazze) tendono a definire bisessualità, ad esempio quando cercano di definire ciò che li eccita o li disgusta. In realtà, questa bisessualità non si conferma poi come una dimensione che possa sfociare nella costruzione della coppia amorosa. Quando non si tratta più solo di sessualità, ma di modo di amare, di vivere, in genere questi adolescenti smettono di definirsi bisessuali. Quando s’innamorano, hanno un modo specifico di amare, amano ‘in modo omosessuale’: doloroso, appassionato, struggente, geloso, possessivo.
    È in questo momento che i genitori vengono coinvolti: non, dunque, sul registro della sessualità, quanto su quello della relazione amorosa. Finché l’adolescente si sente attratto da ragazzi del suo sesso, in genere vive questa sensazione “in clandestinità”. Ma quando inizia una relazione amorosa, viene colto (come da bambino) dalla voglia di dirlo ai genitori, di comunicare una scoperta interessante
    (come quando, da piccolo, scopriva il mondo). Mamma e papà però, lungi dal festeggiare, soffrono terribilmente. Vivono una catastrofe. La scoperta dell’omosessualità del figlio è per loro un evento assolutamente traumatico.
    E il problema non è soltanto il passato: è soprattutto il futuro. È un figlio destinato a non avere una vita normale, che non avrà figli, non darà nipotini. A questi genitori, che si rivolgono a me per avere un sostegno educativo, propongo la visione di ‘Due volte genitori’. Glielo prescrivo come ‘compito a casa’: guardarlo e piangere tutte le loro lacrime. Perché questo film ha la capacità di mostrare zone di dolore per loro ancora inesplorate. Nel nostro centro utilizziamo diversi filmati nei percorsi che proponiamo a genitori e figli. Ma un film deve essere davvero di qualità per andare al cuore del problema. Questo lo è. È uno strumento molto efficace perché aiuta a far decollare un processo di elaborazione di conflitti che
    di solito è molto difficile da avviare. Vedere questo documento porta i genitori a immedesimarsi in vicende profonde, in genere sepolte, inaccessibili, non comunicabili. Spesso le prime reazioni dei genitori, come senso di colpa o vergogna, non sono altro che modi di “imprigionare” il dolore in un registro
    più sopportabile perché, in fondo, più semplice, più ‘superficiale’ (‘nascondiamo questa cosa, non diciamolo alla nonna’). Scattano meccanismi difensivi di tipo paranoico (‘nostro figlio è stato sedotto da cattive compagnie’) o depressivo (‘lui è innocente, la colpa è nostra che abbiamo sbagliato tutto’). Ma non è così che si supera il problema: perché il dolore va elaborato, e per farlo bisogna viverlo fino in fondo. Questo film aiuta a stare nel dolore. La sua forza non sta tanto nel proporre soluzioni, quanto nel toccare “da dentro” un tema straordinario, nel far emergere lati sconosciuti delle relazioni affettive. Ci sono dimensioni che devono essere vissute per essere elaborate, accettate, integrate e, quindi, superate: e questo film aiuta a viverle. Per questo ho visto tanti genitori, ma anche tanti colleghi, piangere durante le proiezioni”.
    È un pianto che vale la pena. Che aiuta a capire.